Ci sono luoghi in cui l’esperienza gastronomica va ben oltre il piatto. Akropolis, ristorante sospeso tra il cielo e la Valle dei Templi di Agrigento, è uno di questi.
Una terrazza che abbraccia Agrigento dall’alto, dove lo sguardo si perde tra ulivi, luce calda e rovine antiche. Ma è nella cucina che questo luogo si fa memoria viva e narrazione contemporanea, grazie alla mano attenta e sensibile dello chef Davide Giambruno.
La sua è una cucina consapevole, profondamente radicata nel territorio, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Le sue proposte raccontano stagionalità, filiera corta, materie prime locali, e lo fanno con uno stile asciutto, elegante, privo di ridondanze.
È uno chef che ascolta: ascolta gli ingredienti, le stagioni, il ritmo lento di una Sicilia agricola e marina, e li rielabora con rispetto e intelligenza.
Dietro ad ogni piatto studio ma anche misura e proprio per questo, riesce a sorprendere.
I piatti provati
L’esperienza inizia con una Ceviche di capasanta marinata allo yuzu.
Un antipasto che parla la lingua della freschezza intelligente, ben costruito nella sovrapposizione di acidità, dolcezza e grassezza vegetale.
La capasanta, ingrediente delicato per eccellenza, viene valorizzata da una marinatura allo yuzu che ne esalta il lato iodato senza sovrastarlo. L’agrume giapponese, meno acido del lime e più aromatico, è una scelta raffinata, che regala profondità e una nota quasi floreale al piatto.
Il cremoso di avocado entra in punta di piedi: funziona da elemento legante e mitigante, regalando rotondità e volume.
La dadolata di cetriolo e datterino lavora su due registri: da un lato il croccante acquoso del cetriolo, dall’altro la dolcezza naturale e la leggera acidità del pomodoro. È un binomio che completa il piatto in chiave estiva, vegetale e mediterranea.
Visivamente la composizione è armonica: colori brillanti, texture distinte, e quella sensazione di ordine che anticipa la precisione gustativa. Al palato, ogni boccone è un piccolo equilibrio che si regge su acidità controllata, sapidità naturale e morbidezze alternate.
Un piatto che dialoga con il palato in modo sottile, pulito, quasi zen.
Un antipasto che introduce bene a una cucina che non ha bisogno di eccessi per farsi ricordare.
La focaccia croccante con tartare di ricciola, stracciatella e pesto di basilico è un equilibrio riuscito di contrasti e sapori pieni.
La base della focaccia è più di un supporto, portando texture e una nota quasi tostata che tiene insieme la dolcezza e la morbidezza degli ingredienti. La tartare di ricciola è ben lavorata, conservando la sua naturale delicatezza. I pomodorini datteri fanno eco perfetto, con una profondità diversa.
La stracciatella di burrata aggiunge grasso e voluttà, avvolgendo il morso e offrendo un contrasto lattico ben dosato.
Non soffoca il pesce, anzi, lo accompagna e lo rende più ampio al palato.
Chiude il pesto di basilico, aromatico e puntuale, che inserisce verticalità aromatica e un tocco vegetale netto, completando l’identità mediterranea del piatto.
Richiamo alla semplicità estiva, con colori nitidi e porzione che invoglia al morso. Un antipasto ben riuscito, che mette d’accordo tanto il palato quanto l’occhio.
Emblematica la Parmigiana rivisitata, che restituisce l’anima del piatto popolare con un guscio croccante e un cuore di Vastedda del Belice fusa e profumata.
Una rivisitazione che non tradisce la tradizione, ma la rilegge con intelligenza materica e un rispetto profondo per l’identità siciliana.
La parmigiana è uno dei piatti più delicati da reinterpretare: troppo poco e resta una copia sbiadita, troppo e si perde l’anima. In questo caso l’equilibrio è pienamente centrato.
Le melanzane mantengono il loro ruolo da protagoniste: fritte con cura, compatte , ma non pesanti, con una panatura croccante esterna che dà al piatto una struttura nuova, senza perdere l’umidità interna. Il contrasto tra croccantezza fuori e morbidezza interna è gestito con precisione.
L’uso della Vastedda del Belice, presidio Slow Food, è una scelta identitaria e tecnica: fonde con cremosità ma senza invadere, apporta note sapide e leggermente acidule.
Il basilico, fresco e presente, accompagna con discrezione aromatica, senza rubare la scena.
Il piatto, nella sua rivisitazione, conquista per pulizia, gusto e coerenza territoriale, un tributo contemporaneo che invita a riflettere su come si può innovare restando fedeli.
Il primo piatto è una linguina di grano duro siciliano con calamaretto, tenerume e cucuzza estiva, arricchita da briciole di pane alle erbe che danno ritmo e memoria.
Un primo piatto che si muove con disinvoltura su un crinale sottile, quello tra terra e mare, tra memoria contadina e finezza tecnica.
La linguina di grano duro siciliano, ruvida, porosa, con una tenuta eccellente alla masticazione, è la protagonista strutturale del piatto: ha corpo, carattere, richiama gesti antichi. Il calamaretto, tenero e ben gestito in cottura, introduce il mare con discrezione, lasciando spazio all’elemento vegetale, il tenerume, morbido, dolce e leggermente amarognolo, che si fonde con la zucchina estiva, creando un fondo di estrema stagionalità, siciliana, estiva e domestica.
A chiudere, le briciole di pane alle erbe, asciutte, aromatiche, puntuali: aggiungono profondità e croccantezza, senza mai rompere l’equilibrio. Sono il gesto che lega tutto al territorio, ricordo della ” muddica atturrata ” , ma con un registro più elegante.
Un piatto che costruisce una narrazione coerente fatta di memoria agricola, sapidità marina e semplicità contemporanea.
Il secondo, un pesce spada arrosto in foglia di limone, concassé di pomodorini confit e spuma di melanzana.
Un piatto che punta tutto sulla misura, sull’equilibrio tra profumo, succosità e leggerezza. Il pesce spada, arrostito delicatamente, mantiene la sua naturale compattezza senza perdere morbidezza né umidità.
La foglia di limone, rilascia note agrumate fresche e delicate che si insinuano nella fibra del pesce senza sovrastarlo, mentre la concassé di pomodorini confit è un contrappunto dolce-sapido, concentrato e mai invadente, con un’acidità naturale e un retrogusto caramellato che ravviva ogni boccone.
In accompagnamento la spuma di melanzane si presenta soffice e cremosa, con una nota affumicata e vellutata che richiama le braci del sud.
La chiusura è lasciata al dessert, Akropolis, crema di ricotta, mandorle e gelato alle mandorle, un abbraccio morbido, profumato e pieno di memoria.
Le consistenze si fanno voluttuose e gli aromi risvegliano qualcosa di antico e familiare.
È la Sicilia della festa e dell’intimità, quella che profuma di zucchero grezzo e tramonti lenti, per un finale che non chiude ma trattiene, come certi arrivederci detti a bassa voce, con un sorriso pieno di gratitudine.
Indirizzo
Via Francesco Petrarca, 30/35 – 92100 Agrigento